Questo gender di giornalismo è orrendo

Che vergogna.

Mazzetta

Oggi La Stampa e il Corriere della Sera ci sono andati pesanti con il copincolla e hanno prodotto due articoli costruiti copincollando brutalmente e abbondantemente dal sito lamanifpourtous.it, che ovviamente ripropone i deliri delle organizzazioni omofobe di matrice cattolica che gridano contro l’inesistente «teoria del gender» (o complotto), che altro non sarebbe che una diabolica trovata per distruggere la famiglia, il genere umano e consegnare il mondo nelle mani degli omosesssuali o della «lobby omosessualista», che a sentir loro, adoratori di Santa Romana Chiesa che non ingerisce e non ha mai ingerito, nel nostro paese farebbe il bello è il cattivo tempo a dispetto dei santi e di quell’altra fesseria che che si sono inventati: il «diritto naturale»

gender 1
Il Corriere della Sera è stato investito dalle proteste dei lettori e ha rivisto profondamente l’articolo, senza fiatare, mentre La Stampa ce l’ha ancora online e per ora finge indifferenza. I poveri estremisti di Manifoourtous.it…

View original post 257 more words

PEC Aruba all’estero? Think twice

Da giornalista, sono obbligato per legge a comunicare al mio Ordine regionale la mia casella di “posta elettronica certificata” (PEC) – anche se l’Ordine non me ne ha mai dato conferma, ma questa è tutta un’altra polemica. La PEC è un animale strano, qualcosa che in teoria sarebbe un ottimo servizio (in sostanza, una e-mail tra due PEC ha lo stesso valore legale di una posta raccomandata con ricevuta di ritorno) ma che nella pratica funziona malissimo, visto che non molti la usano e mi è capitato più di una volta di rivolgermi ad enti pubblici che candidamente mi dicevano “ah, la mail l’ha mandata sull’indirizzo PEC? No, la mandi sull’indirizzo ‘normale’, la PEC non la leggiamo mai”.

Sin dal 2007 ho usufruito dei servizi di Aruba per il mio sito-inchiesta “Dossier Hamer”, e non ho mai avuto particolari problemi. Quando mi sono trasferito a Londra nel 2011, sono cominciati i problemi. Il mio IP veniva bloccato quando usavo la mia PEC sul mio computer, a causa di un “sospetto abuso”. Dopo aver aperto un ticket con l’assistenza, Aruba ha sbloccato gli indirizzi IP relativi alla mia università ed al mio appartamento. Tutto sembrava in ordine.

Da quando mi sono trasferito in un nuovo appartamento, tuttavia, non posso usufruire appieno della mia PEC. In sostanza, dal momento che il mio nuovo provider usa un indirizzo dinamico, il servizio tecnico di Aruba mi blocca di nuovo tutti gli IP in quanto provenienti dall’estero “per sospetto abuso”. Quando ho chiesto aiuto all’assistenza tecnica, il signor Emiliano Bianchi mi ha risposto che “non è possibile lo sblocco di tutti gli ip, per motivi di sicurezza”.

Ma il vero “motivo di sicurezza” sarebbe se qualcuno usasse la mia PEC dall’Italia, visto che sono residente all’estero ormai da 4 anni. L’unica ‘soluzione’ prospetattami è stata quella di usufruire del servizio tramite web, il che mi costringerebbe a perdere tantissimo tempo ed a non avere una perfetta integrazione con il mio sistema. Ovvero, mi è stato prospettato di NON usufruire del servizio allo stesso modo di tutti i cittadini italiani residenti nel territorio italiano.

Quando ho chiesto dunque la chiusura del servizio con conseguente rimborso, dal momento che mi viene negata una parte sostanziale del servizio, Emiliano Bianchi ha risposto che “La Sua richiesta di rimborso non è accettabile, poichè il servizio è regolarmente funzionante via server”. Non occorrono diverse lauree in Comunicazione per capire che il punto fondante è quel “funzionante via server”, che implica come il servizio NON sia funzionante per mezzo degli IP. Mi trovo dunque a dover affrontare una discriminazione territoriale che non è indicata in nessuna parte del contratto.

Ma la beffa, come sempre accade con gli operatori italiani, è dietro l’angolo. Stefania Vannini, che fa parte del servizio assistenza Aruba, mi telefona in ufficio -dopo tre mesi di “tickets” aperti e arbitrariamente chiusi da loto- e dopo una lunga, lunghissima conversazione mi garantisce che il problema sarà risolto. “Con riferimento ai contatti telefonici odierni, La informiamo che la problematica da Lei riscontrata è stata sistemata, non dovrebbe pertanto riscontrarla più in futuro”.

Ma la problematica NON è stata sistemata. Ancora una volta, Aruba se ne lava le mani sostenendo che il servizio è usufruibile via WebMail, quindi per loro va tutto bene (WAT). L’ufficio stampa, contattato un mese fa, tace.

Secondo voi è accettabile che un cittadino italiano residente all’estero, qualora acquisti il servizio PEC di Aruba, debba subire tali limitazioni? Non si sa a quale normativa italiana e/o europea Aruba faccia riferimento per bloccare gli IP all’estero anche quando viene espressamente richiesto lo sblocco. Né mi sembra che esista nel contratto un riferimento al non poter usufruire degli IP all’estero per tale servizio.

Insomma, se pensate di usare Aruba per la vostra Posta Elettronica Certificata all’estero, pensateci bene. Pensate all’arroganza di una “assistenza” che, contattata telefonicamente, mi dice di aprire un ticket via web. Ticket che viene puntualmente “chiuso e bloccato”, con una parte di Aruba che sostiene come il servizio sia usufruibile (!) ed un’altra che mi dice di aver già risolto il problema (!).

Pensateci. Io ho già presentato un esposto all’AGCOM e, per quanto mi riguarda, trasferirò via da Aruba tutti i servizi che avevo acquistato presso di loro (e non erano pochi). Il lettore, come sempre, tragga le sue conseguenze.

Alla prossima!