CGMagazine ed i limiti del giornalismo gratuito

Da un po’ di tempo il web accoglie l’ennesimo giornale on-line: CGMagazine, edito dalla Onlus “Centro Studi CHOICEgiovane” e rappresentato legalmente da Alessandro Turchi. Una testata registrata a tutti gli effetti di legge (iscrizione al registro stampa del Tribunale di Salerno n. 480/010 R.V.G. del 21 aprile 2010). Una testata che, seguendo il (mal)costume diffuso ormai da anni, non paga un solo centesimo ai blogger che prestano la loro opera, pur se pomposamente chiamati “redattori”:

Tutti, a partire dal Direttore, fino ai redattori, ai collaboratori più o meno illustri,  scrivono, disegnano, fotografano per cgmagazine.eu a titolo gratuito e in modo volontario, nella consapevolezza di offrire un servizio utile alla comunità ed ai giovani di qualità cui questa testata è diretta

Fin qui nulla di strano, purtroppo. Se l’Huffington post fa leva sulla propria autorevolezza e diffusione per catturare scrittori pronti a prestare la propria opera gratuitamente, non si vede perché non dovrebbero fare altrettanto -fatte le dovute proporzioni- anche dei piccoli editori di provincia. Tra l’altro si tratterebbe di un “servizio alla comunità”: c’è chi dona sangue, chi trasporta barelle in ospedale, e chi scrive su un sito. Ognuno si arrangia come può, anche se questo “servizio” -essendo gratuito- non può e non potrà mai portare al tanto agognato tesserino da giornalista.

Già. Questo passaggio non viene mai spiegato chiaramente. “Diventa giornalista con noi“, scrivono. “Il concorso [Easy Writer] si inserisce in un progetto più ampio che prevede la possibilità di far entrare nella redazione di cgmagazine un certo numero di giovani aspiranti giornalisti, che saranno seguiti e indirizzati“, dichiara Turchi. Ma cosa si intende per “giornalista”? Il termine in Italia è regolato dalla legge numero 69 del 1963: si accede alla professione mediante un percorso ben preciso, che prevede di essere remunerati per il proprio lavoro. Un retaggio fascista? Forse. Ma è un modo anche per cercare di dare un minimo di deontologia alla professione. Significa evitare che ci siano persone che possano fare un uso distorto dei mezzi che la comunicazione mette loro a disposizione. Significa evitare di chiamare “giornalisti” o peggio ancora “redattori” persone che copiano il lavoro altrui. E copiare il duro lavoro altrui equivale a rubare, anche se un copia-incolla sembra un’operazione indolore.

E allora facciamo un gioco di fantasia. Immaginiamo cosa accadrebbe se uno (o più) volontari di CGMagazine, spinti dalla smania di condividere su Facebook un proprio articolo (perché, essendo la testata regolarmente registrata al tribunale, tale è da un punto di vista legale), facesse male il proprio lavoro. E immaginiamo che questo “male” fosse così tanto “male” da copiare interi articoli da altre fonti sul web, senza neanche avere la furbizia di citarle. Il giochino, da pura espressione egocentrica, diventerebbe qualcosa di molto più pesante. E non solo dal punto di vista penale.

Purtroppo, a volte la realtà supera la fantasia. A metà agosto sul giornale compare un articolo a firma di Bettina D’Agostino, “Irreversibilità e permanenza dello stato vegetativo in Italia”, che faceva anche capolino di sé nella home-page del sito. L’articolo era reperibile qui, e dopo le mie ripetute segnalazioni è stato cancellato. Fino a pochi giorni fa era ancora presente in pdf, ed ancora una volta dopo numerose mie segnalazioni è stato cancellato. Ma in questi screenshots c’è la prova della sua pubblicazione:

ImmagineImmagine

Sin da una prima occhiata ci si accorge che c’è qualcosa che non va: i link sono link “wiki”. Ed infatti tutte le parti sottolineate sono state copiate integralmente dalla pagina Wikipedia di Eluana Englaro. Anche il lavoro “La Chiesa Cattolica, l’alimentazione artificiale e lo stato vegetativo permanente” di Lorenzo De Caprio e Mauro Fusco, sul sito dell’Istituto Italiano di Bioetica (permalink), è stato saccheggiato.
Qualche aggiustamento qua e là, un paio di introduzioni et voilà: l’articolo è servito.

Il 20 agosto segnalo allora la cosa al profilo Twitter del giornale, visto che sulla loro pagina Facebook è impossibile interagire. Dopo tanti giorni di silenzio, decido di scrivere alla redazione segnalando l’accaduto. Mi risponde un Alessandro Turchi che furiosamente mi chiede se il mio sia “uno scherzo”, dal momento che a loro “non risultano pezzi copiati” perché “viene sempre fatto il controllo anti-plagio”. Controlli che, evidentemente, si sono rivelati fallaci.

Ma perché Alessandro Turchi se l’è presa così tanto? È un peccato, perché ho mantenuto una correttezza professionale e personale davvero straordinaria: non ho divulgato a nessuno quanto accaduto, ed anzi ho segnalato la cosa con discrezione al direttore. Non sono certo io il “nemico”, ma lo è chi sfrutta una testata per propria semplice (e puerile) vanità. Testata che però è regolarmente registrata al tribunale di Salerno, con tutti gli oneri legali del caso.

Apriti cielo. Turchi risponde, mi confonde con uno dei suoi studenti, mi bacchetta, mi dà lezioni di vita, si fa garante di cosa sono autorizzato a dire e cosa no. «Non mi risulta, del resto, che tu scriva sul Times», mi apostrofa – come se il principio di autorità potesse valere in una banale segnalazione di plagio. E si rintana nella trita e ritrita buona fede dei collaboratori, sbandierando con orgoglio la gratuità del lavoro svolto dei suoi ragazzi.

Eppure Turchi è un giornalista regolarmente iscritto all’Ordine, e dovrebbe ben sapere quali sono i pericoli in cui sta incorrendo. Non basta non avere un tesserino o non essere pagati per potersi permettere di fare man bassa del web. E se dal punto di vista penale e disciplinare può essere un’inezia, non lo è dal punto di vista sociale – visto che tale giornale dovrebbe essere a capo di un “movimento culturale”.

La reazione scomposta di Turchi mette in luce tutti i limiti dello (pseudo)giornalismo gratuito. Un motto americano dice “se paghi in noccioline, assumerai scimmie”. Se non paghi i tuoi collaboratori, assumerai copioni.

E non finisce qui, purtroppo. In passato, per aiutare un amico, avevo acconsentito a far pubblicare su CGMagazine un paio di miei vecchi articoli inediti. Ma dal momento che non voglio avere nulla a che fare con un giornale che non si preoccupa neanche di cancellare articoli copiati ed ancora presenti nel loro archivio pdf, chiedo che vengano eliminati dal sito i miei articoli ed il mio nome. Dopo un po’ gli articoli vengono cancellati, ma il mio nome rimane ancora per mesi in vari elenchi riguardanti il sito-giornale, come questo:

CG 1

Chiedo che venga cancellato. Niente. Faccio presente il mio diritto al buon nome ed alla legge sulla privacy, ed ecco cosa compare sul sito subito dopo:

cg 2

Ma chi sarà mai la “pecora nera” a cui fa riferimento l’anonimo estensore di questa pagina? Non è dato saperlo. Una delle prime regole del giornalismo è fare nome e cognome di chi si accusa, ma evidentemente chi ha vergato quella pagina web non è un giornalista. O almeno, vogliamo sperarlo.

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