CGMagazine ed i limiti del giornalismo gratuito

Da un po’ di tempo il web accoglie l’ennesimo giornale on-line: CGMagazine, edito dalla Onlus “Centro Studi CHOICEgiovane” e rappresentato legalmente da Alessandro Turchi. Una testata registrata a tutti gli effetti di legge (iscrizione al registro stampa del Tribunale di Salerno n. 480/010 R.V.G. del 21 aprile 2010). Una testata che, seguendo il (mal)costume diffuso ormai da anni, non paga un solo centesimo ai blogger che prestano la loro opera, pur se pomposamente chiamati “redattori”: Continue reading

Il premio Nobel ad Hamer?

The third momentous occasion was when the council of the Discovery Salud journal, organizer and sponsor of this congress, announced that it would propose Dr Ryke Geerd Hamerfor the Nobel Prize in Medicine. ‘Those legally entitled to doso will not do it,’ said José Antonio Campoy, Director of Discovery Salud.
In fact, the prize’s criteria restrict the possibility of nomination and it is obvious that candidates can only be proposed by those who belong to the system. What Hammer [sic!] proposes is not, in any way, in the interests of those opposed to him, who live from the business of making money out of health, and thus he will not be taken into consideration. So, although the policy does not allow it, we will try to bring about his nomination through popular request. Therefore, we will facilitate, for this reason, a place for this at our web site http://www.dsalud.com. This initiative will be communicated to him today as his birthday is tomorrow. The idea was greeted with lengthy applause.

– Campoy, J. A., & Muro, A. (2005). Closing of the First International Congress on Complementary and Alternative Treatments in Cancer: Support for Evidence-Based CAMs and Criticism of Conventional Iatrogenic Cancer Treatments. Evidence-based Complementary and Alternative Medicine, 2(3), 411-412

Ad Hamer è stato proposto il premio Nobel? No, come si vede. La società privata Discovery Salud, sponsor di questo ‘meeting’, se n’è fatta portavoce anche se non è nessuno per poterlo fare tecnicamente: un po’ come se io aprissi una rivista di calcio e pretendessi di votare per eleggere il Pallone d’Oro.

E perché Discovery Salud voleva dare il nobel ad Hammer, con due ‘m’? Perché ‘quello che Hammer [sic!] propone non è, in ogni caso, nell’interesse di quelli che gli si oppongono, che vivono facendo soldi sulla salute, e che quindi non lo prenderanno in considerazione. Ed allora, anche se le regole non ce lo permettono, proveremo a portare avanti la sua candidatura per mezzo di una richiesta popolare’.

Complottismo della peggior specie, insomma. Visto che l’establishment non vuole dare il pallone d’oro a Sasà Soviero, allora noi ci proponiamo di nominarlo. Come direbbe Samuele Bersani, ‘togli la ragione e lasciami sognare in pace’. Ma se è applicabile per il calcio, non lo è quando si fa (o si dovrebbe fare) informazione scientifica, un’informazione che è un grado di far compiere una scelta corretta che può letteralmente fare la differenza tra la vita e la morte

La sigaretta elettronica fa male? E la Pfizer ne ha corrotto gli studi?

Sta girando su internet un post, un “libero sfogo“: la sigaretta elettronica non fà (sic!) male, è tutto un complotto della Pfizer. Perché? L’argomentazione è cogente: esistono studi contraddittori su questo dispositivo; lo studio che ne parla “male” è stato pagato dalla Pfizer; quindi (?) i risultati sono fallaci perché pilotati a priori.

Ma è davvero così? Quello studio è stato pagato dalla Pfizer?

sigaretta elettronica

Quel link non è un articolo, ma un’opinione personale. In secondo luogo, non sta a noi dimostrare che quello studio sia stato “pagato” o “pilotato”: è un principio base della filosofia della scienza, teorizzato da Marcello Truzzi, per cui sta a chi fa l’affermazione dimostrarla. Ma Natale è passato da poco, mi sento buono e per una volta voglio fare il lavoro che dovrebbero fare i complottisti. Andiamo ad ‘indagare’, come dice l’autore del link.

Si dice nel post che “la finanziatrice per intero [dello studio, NdR] è la casa farmaceutica Pfizer”. Non si capisce bene da dove nasca questa affermazione: lo studio deve ancora essere pubblicato, non sono stati dichiarati conflitti d’interessi, e non risulta da nessuna parte che la Pfizer abbia messo anche un solo centesimo in questo paper. E allora da dove nasce l’equivoco?

Su internet si fa riferimento in maniera costante al fatto che la dottoressa Gratziou, una delle autrici di tale studio, sia “pagata dalla Pfizer”. Quello che sappiamo è che la Gratziou ha partecipato ad uno studio in cui c’erano anche altri studiosi, e tre di questi hanno percepito un finanziamento dalla Pfizer. Questo fa di lei una “pagata” dalla Pfizer? Sarebbe un po’ come dire che io ho lavorato con giornalisti che scrivevano (e scrivono) sul Foglio, quindi se parlassi bene di Berlusconi sarei in ‘conflitto di interessi’. Altri sostengono che sia una ‘bugiarda’, ma ancora una volta non c’è nessun riferimento alla Pfizer.

Qual è la vera ‘accusa’ che si può fare a questo studio? Che non è uno studio. Nel senso che non è ancora stato pubblicato su una rivista scientifica: siamo ancora alla fase uno, sono stati dati alla stampa i risultati preliminari ma ancora non è chiaro in che modo si muoverà la ricerca. Inoltee il gruppo di studio è composto da sole 32 persone (un’inezia, in uno studio scientifico). Allora è vero, c’è un complotto? No, tant’è che tutto questo è chiaramente indicato nelle conclusioni dell’analisi del servizio sanitario britannico.

Ma invece di concentrarsi su questi aspetti (reali), l’autore di quel link sgrammaticato attacca lo studio perché (sarebbe) finanziato da una casa farmaceutica. Eppure non si preoccupa di dirci da chi è stato finanziato il primo studio a cui fa riferimento. Poi si lancia in affermazioni numeriche secondo cui la Pfizer “con le sue medicine cura il 90% delle malattie causate dal fumo”? E perché non l’89% o il 91%? Quando si parla di scienza occorre avere sempre un linguaggio rigoroso. Ed è questo che si può imputare alla dottoressa Gratziou: la scienza non si fa nelle conferenze stampa, ma negli studi scientifici. D’altro canto, se voi aveste evidenze preliminari che una sostanza X facesse male alla salute, terreste questa notizia per voi fino alla fine degli studi, anche se dovessero durare dieci o vent’anni? Come tutte le faccende della vita, occorre equilibrio. E non è sempre facile trovarlo.

La (pseudo)argomentazione del signor ‘Libero Sfogo’ è quella che in logica formale si chiama “fallacia dell’argomentazione a catena”: visto che la ricerca è pagata dalla casa farmaceutica Pfizer, e visto che la Pfizer produce dei farmaci contro il tabagismo, ALLORA NECESSARIAMENTE la ricerca è stata pilotata. Tecnicamente è anche una “fallacia di pertinenza”, ovvero un ‘argumentum ad hominem’, più precisamente una “accusa di interesse”. Ma le accuse vanno dimostrate, sempre. Un’altra fallacia, evidentissima, è quella per cui si analizzano singolarmente i componenti della sigaretta elettronica e si conclude che non fa male. Qui l’ignoranza è palese perché, al di là del fatto che in uno studio scientifico si studia l’interazione dei vari componenti, questi sono del tutto ininfluenti nel secondo studio che fa riferimento piuttosto alla ‘resistenza all’aria delle vie aeree, ovvero la broncocostrizione’, doppia rispetto al normale.

Si dice nel link che la sigaretta elettronica non fa male. Un’affermazione così perentoria è sempre falsa. Fa meno male delle sigarette normali? Probabilmente, ma non abbiamo ancora tutti i dati. Ricerche recenti della nostra Università di Catania confermano come questo dispositivo possa essere efficace per “togliersi il vizio”. Uno studio che è un ‘case study’, una sorta di esempio che conta appena tre persone, ma che non dice nulla sugli effetti tossici a lungo termine o sul problema della broncocostrizione. Inoltre c’è un grosso punto interrogativo per quanto riguarda la nicotina, dal momento che il cervello continuerebbe a richiederne la stessa quantità. Nicotina che, se venduta su internet in cartucce di scarsa qualità, potrebbe essere ancora più dannosa. Ma questo è un po’ il problema di tutti i farmaci venduti sul web, che è di per sé incontrollabile – nel bene e nel male.

Insomma, come si vede è una materia giovane sulla quale di certo si discuterà molto nei prossimi anni. Il che è un bene, come ogni dibattito scientifico basato sui dati. Quello che non giova a nessuno è la dietrologia, le accuse non dimostrate, il pregiudizio verso le case farmaceutiche. Se davvero tenete così tanto alla ricerca, aiutatela chiedendo allo Stato più finanziamenti alla ricerca pubblica. Ma chiudersi nel facile (e comodo) complottismo è ancora una volta vigliacco. E ribadisco: diffondere acriticamente un’informazione scorretta fa sì che chi prova a documentarsi si perda nel chiacchiericcio indistinto della rete, dando voce alle proprie frustrazioni più che alla ragione.

“Io condivido, tanto che male fa?”

Perché me la prendo tanto a cuore quando qualcuno diffonde CAZZATE scientifiche su internet? Perché se già l’informazione corretta è un bene fondamentale per guidarci nelle nostre scelte di vita, quando si tratta di medicina le false informazioni fanno la differenza *letteralmente* tra la vita e la morte.

Quando qualcuno clicca ‘condividi’ su un post allarmista, che propugna nuove ma inverificate teorie spacciandole per realtà, o in generale promuove un atteggiamento antiscientifico per dare voce ai propri pregiudizi e frustrazioni, allora quel qualcuno è complice. Complice di come la società sembri una trottola impazzita rispetto alle scelte mediche, di come sia spaventata da esse. Ma siamo sempre spaventati di fronte a ciò che non conosciamo.

Chi diffonde acriticamente queste falsità si pavoneggia perfino di “contribuire alla conoscenza”. Eppure non contribuisce alla conoscenza, ma al chiacchiericcio. Ed il chiacchiericcio, nell’era della comunicazione globale ed immediata, fa sì che tutto si perda nel mare indistinto delle opinioni personali.

Prima di condividere qualcosa, soprattutto in ambito medico, fatevi e fateci un favore: VERIFICATE QUELLE CAZZO DI FONTI. Solo allora il dibattito potrà essere serio e paritario. E prendetevi la responsabilità morale di quello che gettate nella Rete