I bambini! Perché nessuno pensa ai bambini? (cit.)

So che ora mi attirerò un sacco di antipatie, ma se tacessi non sarei un buon giornalista. Parliamo del bambino di Padova portato via a forza, trascinato da agenti della Questura.

Scandalo nazionale. Indignazione generale. In sede istituzionale si invocano inchieste sul comportamento della polizia, indicata da tutti come unica carnefice di quanto accaduto.

Analizziamo i fatti, come al solito. Da dieci anni c’è una contesa giudiziaria. Al centro non una casa o un’auto, ma un bambino. Secondo quanto stabilito dai giudici, la mamma impedisce al padre di vedere il proprio figlio. Anzi, ‘plagia’ il bambino contro di lui. Dopo i soliti tempi della giustizia italiana, il padre vede riconosciuto il proprio diritto. Il tribunale decide che il bambino debba andare in una “casa-famiglia”, un luogo neutro dove possa sottrarsi al dominio psicologico della madre. Ma questa non accetta il verdetto. Ogni volta che il padre, o un assistente sociale, cerca di avvicinare il piccolo, questi si rintana in casa spaventato.

E veniamo ad oggi. Il tribunale, visti i continui fallimenti dovuti alla netta ostruzione della madre, su consiglio del proprio esperto decide di eseguire l’ordinanza in un “territorio neutro”: la scuola. Fanno uscire tutti i compagni dalla classe, provano a prelevarlo ma il bambino scappa. Lo rincorrono, lo agguantano. Lui si divincola, non vuole essere portato via. Viene trasportato di peso, trascinato in auto. Nel frattempo urla, calci al padre, agli agenti. Da parte dei nonni, della mamma, della zia. Che riprende il tutto con un telefonino, mentre un’ispettrice le dice “lei non è nessuno”.

Alt. A questo punto abbiamo tutti gli elementi della storia. Un bambino trascinato, le urla, una zia impotente, l’abuso della polizia. È facile schierarsi con il bambino, entrare in perfetta empatia con questa storia. Ma chi è davvero dalla parte del bambino? Facciamo, come sempre, un passo indietro.

«Andate in televisione, andate, bastardiii!», urla la zia. Che non fa resistenza passiva o altro: filma tutto con un telefonino. Vuole che la storia venga fuori, vuole farne un caso. Vuole raccontare quanto succede ma, come sa chiunque conosca un minimo di comunicazione, un’immagine non è mai ‘vera’ o ‘falsa’ ma soltanto parziale. È vero che il bambino sta per essere trascinato via a forza. È vero che non vuole, che urla. Ma quello che le immagini non raccontano è il contesto:

Sapevamo che avrebbero provato un blitz a scuola. Ogni giorno io dalle 8 alle 13 vegliavo su chi entrava e chi usciva da scuola, ma hanno usato una entrata posteriore e non abbiamo potuto fare nulla

Questo è quello che ha dichiarato il nonno del bambino. Cioè: sapevamo che l’ordinanza del tribunale diceva che siamo pericolosi per la salute mentale del bambino, e che quindi dovevamo separarcene. Ma ce ne siamo fregati. Anzi, di più! Vigilavamo costantemente affinché nessuno potesse portarcelo via. E l’ispettrice che dice “lei non è nessuno?”. Sì, la zia non è ‘nessuno’, nel senso che l’ispettrice può riferire solo alla madre. Non alla zia, o allo zio, o al nipote, o al pronipote, o al cugino dell’America. Alla madre. Nessun altro.

Ora, la Pas, o “sindrome da alienazione parentale”, è molto controversa: è una “malattia”? Non lo è? Chi lo stabilisce? Il concetto di “malattia” è qualcosa di mutabile, in continua evoluzione – e non scientifica, o meglio: non solo. Sono i processi culturali a stabilirne in gran parte la portata. Ricordate la pubblicità della Somatoline? “La cellulite è una malattia. Un medicinale (guarda caso: il loro) può combatterla”. No, non lo è. Ma può esserlo. Come lo è la disfunzione erettile. Dipende da noi, da come guardiamo al concetto di “malattia”.

Fatta questa doverosa parentesi, il tribunale -dopo aver ascoltato le parti- ha deciso che il bambino ha un disturbo mentale provocato dalla madre, e che la permanenza in quella situazione avrebbe provocato danni irreversibili. Semplificando, è un po’ la situazione che si ritrova nelle sette. Spesso gli adepti non si rendono conto di essere plagiati, e pensano di agire per il proprio bene. Il bambino, di soli dieci anni, alla vista del padre scappava. Ogni volta che un operatore gli si avvicinava, fuggiva.

La domanda è: voi che avreste fatto? La risposta, vi sorprenderà, non è facile. Bisogna tenere conto delle implicazioni legali (ad esempio: rapire tutta la famiglia della madre e tenerla in caserma non è fattibile) e morali. La madre ha coscientemente operato una sorta di ricatto: o lo tengo io (andando contro la legge e, secondo il tribunale, causandogli un danno mentale) oppure se lo prendete dovete farlo con la forza (e quindi gli causate comunque un danno mentale). È una ‘lose-lose situation’, un caso in cui qualunque scelta si compia si perde.

Quale sarebbe stata la soluzione più vantaggiosa per il bambino? Vi stupirete, ma è più semplice di quanto pensiate. La madre avrebbe dovuto garantire una transizione senza scosse. Non per rispetto della legge, per carità -in Italia nessuno ci crede più- ma per il bene del bambino.

Si obietterà: ma una madre conosce il “bene” del proprio figlio meglio di un giudice. A parte che dovete andarlo a spiegare agli abitanti di Cogne, ma poi ammettiamo pure che sia vero. La “soluzione” della madre è stata blindare il bambino con una task-force familiare. La serenità del bambino è preservata, dovendo vivere come sotto l’imminente minaccia di un attentato? E soprattutto, come hanno ammesso, sapevano che prima o poi lo Stato avrebbe dato corso alla giustizia: avevano preventivato che una soluzione drastica non sarebbe stata certo serena per il bambino?

A guardare le immagini, purtroppo, la risposta tende ad essere positiva. Che si tratti di un caso mediatico, di sicuro (e fin troppo facile) impatto emotivo è fuor di dubbio. Quello che sfugge è il senso globale della storia. I colpevoli non sono i poliziotti, che hanno eseguito un’ordinanza. I colpevoli non sono i giudici, che secondo alcuni politici che siedono in parlamento andrebbero “rimossi” (ma hanno letto il dispositivo? Non credo) per il solo fatto di aver applicato la legge, la stessa legge che proprio i politici hanno creato. Il colpevole non è il padre, che ha cercato legalmente di far valere i propri diritti e l’ha visti riconosciuti.

No, se proprio occorre trovare una colpa ed uno sfogo alle proprie frustrazioni allora guardate in direzione della madre. Trovare l’unica vittima di quanto è accaduto, invece, è -grazie a tutti i media italiani- più facile

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