La coerenza della Chiesa

Premessa: la morte di un uomo è sempre qualcosa di tragico, anche quando ha qualcosa da insegnarci. Può essere fonte di discussione, ma non dovrebbe mai essere fonte di polemica. Checché ne dicano i guru della comunicazione, abituati a sfruttare anche la madre pur di far passare un certo messaggio.

Il cardinal Martini, purtroppo, è morto. Il suo neurologo ha spiegato che ha rifiutato l’accanimento terapeutico, sul quale già aveva espresso a suo tempo una netta opposizione:

Il cardinale non è più stato in grado di deglutire nulla ed è stato sottoposto a terapia parenterale idratante. Ma non ha voluto alcun altro ausilio: né la Peg, il tubicino per l’alimentazione artificiale che viene inserito nell’addome, né il sondino naso-gastrico. È rimasto lucido fino alle ultime ore e ha rifiutato tutto ciò che ritiene accanimento terapeutico (fonte: laRepubblica Milano)

Il pensiero corre inevitabilmente ad Eluana Englaro e Piergiorgio Welby. Englaro, Welby e Martini hanno rifiutato la (tragicamente) famosa alimentazione forzata. Ma mentre per i primi due si sono levati strali ed anatemi dal mondo ecclesiastico, per Martini no. E nessun giornale ha approfondito questa “stranezza”. Perché? L’argomento è complesso e va affrontato su due piani distinti: quello formale e quello sostanziale.

Sul piano formale la differenza principale tra la Englaro ed il cardinal Martini è che la volontà della prima di non essere più sottoposta a quel particolare trattamento è stata messa più volte in discussione, tanto che si è dovuti ricorrere ai farraginosi gradi di giudizio della giustizia italiana per dimostrarla. In sostanza per la Englaro è stato necessario appurare una volontà che Martini ha invece espresso direttamente e chiaramente.

La differenza tra Welby e Martini risiede invece nel fatto che quest’ultimo, con o senza sondino, sarebbe morto a breve. Come fa notare Emanuele Menietti, per la Chiesa è una distinzione fondamentale perché

nell’immediatezza di una morte che appare ormai inevitabile ed imminente è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita poiché vi è grande differenza etica tra “procurare la morte” e “permettere la morte”: il primo atteggiamento rifiuta e nega la vita, il secondo accetta il naturale compimento di essa

La morte del cardinal Martini era “inevitabile e imminente”, quella di Welby era invece un atto volontario.

Fin qui sul piano formale. La Chiesa dunque non potrebbe essere tacciata di incoerenza. Ma di ipocrisia? L’Unione degli atei, agnostici e razionalisti italiani così spiega la differenza di trattamento:

Semplice, è la Chiesa che si attribuisce il potere di stabilire cosa è accanimento terapeutico e cosa no

In effetti, a ben guardare nel caso della Englaro la Chiesa non contestava (solo) la veridicità della volontà della paziente: il cardinale Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio Consiglio per la Salute, affermava senza mezzi termini che

staccare il sondino che alimenta Eluana e lasciarla morire, «privarla dell’idratazione e dell’alimentazione significa ammazzarla, è una cosa disumana» (…) Per la Santa Sede interrompere l’alimentazione è «disumano ed equivale a un assassinio»

Il problema non era dunque se la Englaro fosse in grado o meno di esprimere liberamente il proprio consenso. Il problema era proprio quel maledetto sondino, lo stesso che il cardinale Martini ha chiesto di staccare.

Il confronto con Welby è ancora più illuminante. Come è noto, aveva scritto al presidente della Repubblica una drammatica lettera nella quale chiedeva di porre fine a quella che lui non considerava più la sua vita. Alla sua morte, la Chiesa gli ha negato il funerale religioso perché

a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica (vedi il Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2276-2283; 2324-2325)

Welby aveva rinunciato volontariamente ad ogni accanimento terapeutico, e per questo è stato punito. Il cardinal Martini ha fatto lo stesso, ma con tutta probabilità otterrà un funerale religioso. La differenza, come già visto, è che il sondino non prolungherà la vita del cardinal Martini, mentre l’ha fatto per Welby.

Fermiamoci a riflettere un attimo. Quello che dice la Chiesa, in sostanza, è che se si sta per morire il sondino (et similia) è giustamente inutile. Quindi sottoporlo ad una persona che cesserà di soffrire da qui a breve non ha senso. Bene. Ha però senso -ed anzi è imposto con tutta la propria potenza di fuoco sociale, economica e politica- nel caso di una persona come Welby che NON cesserà di soffrire da qui a breve. Continuando, dunque, a soffrire.

L’incoerenza non giace tanto nelle carte e nei discorsi in punta di diritto, quanto piuttosto nell’atteggiamento di un’organizzazione religiosa che dice di perseguire l’amore universale e poi obbliga una persona sofferente a proseguire il proprio calvario. In Italia si sono spesi fiumi di inchiostro sul delicato argomento della bioetica, eppure anche fatti recenti dimostrano come non se ne riesca a parlare senza ingerenze che vanno ben al di là del ruolo spirituale e culturale che pure compete ad alcune organizzazioni.

Fino a quando non si riuscirà a perseguire questo scopo avremo sempre cialtronate, tifo da stadio e ipocrisia. Sulla pelle di chi soffre davvero

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La solitudine dell’ala

Forse è perché ero un’ala, per questo mi fa così paura essere lanciato nella mischia.

Il pilone avanza, spinge, pesta i piedi a terra e spesso anche gli avversari. Se non riesce a prendere quell’ovale ci saranno almeno altre cento occasioni, purtroppo e per fortuna.

L’ala no. Aspetta. Cerca di farsi trovare pronta, guarda un po’ quell’inestricabile groviglio di corpi ed un po’ l’avversario di fronte, ma lontano, che invece ricambia con uno sguardo fisso. E se quando il pallone arriva è un centimetro troppo avanti o troppo indietro, tutto il lavoro di squadra sarà stato vano. Il pilone la guarderà fremente, l’allenatore sconsolato. Non c’è nessuna pietà per chi ha un’occasione e l’ha sprecata.

Nessuno conosce la solitudine dell’ala

Dubbio made in Italy

Dubbio made in Italy

Non ho veramente voluto nulla di tutto questo. Non sono qui per godermi i vantaggi dell’emigrazione. Non mi godrò mai nulla fino in fondo, starò semplicemente qui, in piedi, a sudare, a ricordarvi con la mia lontananza di avere dei rimpianti. Per tutto quello che di bellissimo mi avete tolto. Per tutto quello che avrei potuto fare, essere, avere a casa mia. E anche se qua andrà tutto per il meglio, non sarò mai a casa, e questa lingua non sarà mai mia come tutte queste nuvole.

Ma non ve ne fregherà nulla. Mai. Forse un giorno. Quando le vostre città in macerie puzzeranno di vecchio, e sentirete finalmente la mancanza di tutti quei ragazzi che avete mandato via a calci. Perché credo che sia tutta colpa vostra, di nessun altro. Nessun politico, nessun amministratore, nessun potente ha più colpa di voi. Di noi. Perché mi sento responsabile di questa catastrofe tanto quanto lo siete voi. È ora di ammettere che abbiamo fallito. E che il nostro mondo è crollato. E io non sono che una scheggia andata a infrangersi da qualche altra parte