Easyjet, lasciati a terra perché napoletani. Ma è andata proprio così?

I fatti. Aeroporto “Marco Polo” di Venezia. È il 5 maggio 2012, sono le 14,45 circa. Quattro persone sono in fila per effettuare il check-in del proprio volo, che partirà alle 15,30 alla volta di Napoli. Dal banco dell’accettazione viene detto che «il volo è chiuso, lasciando a terra» i quattro. Che reagiscono protestando con una serie di «è una vergogna» ed altre parole in dialetto napoletano. A questo punto l’addetta allo sportello avrebbe proferito la frase «Imparate a parlare italiano, se Napoli non ci fosse tutto andrebbe meglio». I quattro hanno quindi denunciato alla Polizia aeroportuale l’accaduto, identificando l’addetta, per poi affittare un’auto per raggiungere Napoli.

Questi i fatti. Le reazioni, e le interpretazioni dei fatti, sono ben altra cosa. E allora diamo un occhio a come è stata titolata questa notizia:

In quasi tutti gli articoli si dice che i quattro fossero arrivati al check-in «con largo anticipo». Secondo la testimonianza di Massimo Tito, uno dei quattro giornalisti protagonisti della vicenda, 45 minuti circa prima della partenza del proprio volo erano in fila al check-in. Sul sito di Easyjet è scritto chiaramente che «I banchi di accettazione chiudono esattamente 40 minuti prima dell’orario di partenza previsto per il volo», anche se tale orario può variare in base a diverse esigenze tecniche e/o di sicurezza. Ricordiamo che alle 14,45 circa i quattro erano in fila, non al banco: è dunque verosimile che l’accettazione abbia semplicemente -e regolarmente- chiuso quaranta minuti prima, mentre loro erano in fila.

La reazione, come testimoniato dagli stessi protagonisti, è stata quella di protestare affermando anche il “classico” (sic!) «è una vergogna». Ma dove sarebbe la vergogna? Nel rispettare una norma chiaramente espressa sul web e nel biglietto di prenotazione? Nessuno si è soffermato su questo punto, ma è un punto fondamentale. Inoltre i quattro avrebbero condito tali proteste, sempre secondo la loro stessa testimonianza, con alcune frasi «con cadenza napoletana». Non hanno specificato quali tipo di frasi, eppure anche in questo caso la differenza non è minima: un conto è dire “m’enn rutt ‘o cazz” (trad. “sono stati così impertinenti da rompere il mio organo maschile”), un altro è “int’a chella zompapereta ‘e mammeta” (trad. “nella [vagina] di tua madre, colei che quando emette dei gas per via anale contestualmente effettua un saltino”). A questo punto l’addetta, che non ha strumenti linguistici per poter stabilire cosa stessero affermando quei signori (e se le loro fossero offese o meno), avrebbe chiesto di esprimersi in italiano. Anche qui, niente di strano.

Dov’è dunque l’errore? L’errore, che dovrà essere accertato in sede giudiziaria (visto che pare ci sia una querela in atto) è stato quello di condire il tutto con un monito perentorio, “imparate l’italiano” (che è ben diverso da “per favore, può esprimersi in modo che anche io possa capirla? Altrimenti la comunicazione è inutile”) e soprattutto con un “se Napoli non ci fosse tutto andrebbe meglio”. Parole sbagliate, che come dicono quelli che scrivono sui giornali importanti vanno condannate senza se e senza ma. Una reazione (ingiustificata, ribadisco) al fatto che quattro persone stavano protestando contro di lei con «è una vergogna» e frasi incomprensibili semplicemente perché -come nessuno ha smentito- erano arrivati in ritardo e avrebbero quindi rallentato le operazioni di imbarco.

Ed è questo il punto su cui nessuno si è soffermato. Si fa passare il sillogismo secondo cui i quattro sarebbero rimasti a terra “perché napoletani”, come titola esplicitamente il pur ottimo Agoravox. Ma ciò, alla luce della ricostruzione effettuata con i pochi elementi forniti dai testimoni, è chiaramente falso. Sul web -ma perfino sui giornali cartacei- si è scatenata la piangina del razzismo, che pure dovrà essere accertato nelle sedi adeguate, ma nessuno si è scandalizzato perché quattro persone in ritardo hanno gridato che fosse «una vergogna» il semplice e banale rispetto delle regole.

E qui arriviamo alla parte finale del teatrino mediatico imbastito da buona parte del giornalismo napoletano. Easyjet ha stigmatizzato l’accaduto in un comunicato, sottolineando in primis che i passeggeri fossero arrivati in ritardo al check-in, ed in secondo luogo escludendo «che le dichiarazioni fatte dal suo staff avessero intenti razzisti», chiosando: «EasyJet sostiene, e ha sempre sostenuto, le opportunità offerte dalla diversità e dal multiculturalismo». Apriti cielo. I napoletani “diversi”? L’articolo di Benny Calasanzio punta tutto sull’ironia (fraintesa dai più, e questo la dice lunga sulla capacità critica dei lettori): «Per loro, giustamente, i napoletani, pur essendo diversi, non sono esclusi dai loro voli, che sono accessibili a tutti, finanche a loro. Easy Jet, anzi, propizia gli scambi culturali tra nazioni diverse, tra Italia e Campanistan».

Ma è davvero tanto scandaloso dire che i napoletani sono diversi dai milanesi? O che i veneziani lo siano dai baresi? Negare una diversità culturale e sociale è francamente ridicolo, e chi lo fa è in malafede o è ignorante. Easyjet non ha scritto «tanto lo sappiamo che ogni volta che c’è da prendere un aereo sono sempre i napoletani a fare caciara e a voler pretendere di imbarcare quaranta bagagli a mano». Ha scritto semplicemente che, trattandosi di una società internazionale, sarebbe ridicolo imputarla di razzismo. Ovviamente questo non significa che la specifica addetta all’accettazione non possa esserlo, ma è comunque un corretto rimarcare una policy aziendale (come scrivono quelli che studiano). Tra l’altro, il collega Calasanzio scrive che il volo sarebbe stato “cancellato”, quando invece è stato “chiuso”: ho provato a chiedergli conto della verifica della fonte, ma ha preferito soprassedere.

Il consiglio, trattandosi di “operatori dell’informazione”, è quello di trattare i fatti con più amore per la verità: non dico arrivare al modello americano, separando nettamente i fatti dalle opinioni (una chimera, in Italia), ma almeno riportandoli in maniera fedele. Si scoprirà così che in Italia sono state fatte rigidamente rispettare delle regole. E questa sì che è una notizia.

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