Questo gender di giornalismo è orrendo

Che vergogna.

Mazzetta

Oggi La Stampa e il Corriere della Sera ci sono andati pesanti con il copincolla e hanno prodotto due articoli costruiti copincollando brutalmente e abbondantemente dal sito lamanifpourtous.it, che ovviamente ripropone i deliri delle organizzazioni omofobe di matrice cattolica che gridano contro l’inesistente «teoria del gender» (o complotto), che altro non sarebbe che una diabolica trovata per distruggere la famiglia, il genere umano e consegnare il mondo nelle mani degli omosesssuali o della «lobby omosessualista», che a sentir loro, adoratori di Santa Romana Chiesa che non ingerisce e non ha mai ingerito, nel nostro paese farebbe il bello è il cattivo tempo a dispetto dei santi e di quell’altra fesseria che che si sono inventati: il «diritto naturale»

gender 1
Il Corriere della Sera è stato investito dalle proteste dei lettori e ha rivisto profondamente l’articolo, senza fiatare, mentre La Stampa ce l’ha ancora online e per ora finge indifferenza. I poveri estremisti di Manifoourtous.it…

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PEC Aruba all’estero? Think twice

Da giornalista, sono obbligato per legge a comunicare al mio Ordine regionale la mia casella di “posta elettronica certificata” (PEC) – anche se l’Ordine non me ne ha mai dato conferma, ma questa è tutta un’altra polemica. La PEC è un animale strano, qualcosa che in teoria sarebbe un ottimo servizio (in sostanza, una e-mail tra due PEC ha lo stesso valore legale di una posta raccomandata con ricevuta di ritorno) ma che nella pratica funziona malissimo, visto che non molti la usano e mi è capitato più di una volta di rivolgermi ad enti pubblici che candidamente mi dicevano “ah, la mail l’ha mandata sull’indirizzo PEC? No, la mandi sull’indirizzo ‘normale’, la PEC non la leggiamo mai”.

Sin dal 2007 ho usufruito dei servizi di Aruba per il mio sito-inchiesta “Dossier Hamer”, e non ho mai avuto particolari problemi. Quando mi sono trasferito a Londra nel 2011, sono cominciati i problemi. Il mio IP veniva bloccato quando usavo la mia PEC sul mio computer, a causa di un “sospetto abuso”. Dopo aver aperto un ticket con l’assistenza, Aruba ha sbloccato gli indirizzi IP relativi alla mia università ed al mio appartamento. Tutto sembrava in ordine.

Da quando mi sono trasferito in un nuovo appartamento, tuttavia, non posso usufruire appieno della mia PEC. In sostanza, dal momento che il mio nuovo provider usa un indirizzo dinamico, il servizio tecnico di Aruba mi blocca di nuovo tutti gli IP in quanto provenienti dall’estero “per sospetto abuso”. Quando ho chiesto aiuto all’assistenza tecnica, il signor Emiliano Bianchi mi ha risposto che “non è possibile lo sblocco di tutti gli ip, per motivi di sicurezza”.

Ma il vero “motivo di sicurezza” sarebbe se qualcuno usasse la mia PEC dall’Italia, visto che sono residente all’estero ormai da 4 anni. L’unica ‘soluzione’ prospetattami è stata quella di usufruire del servizio tramite web, il che mi costringerebbe a perdere tantissimo tempo ed a non avere una perfetta integrazione con il mio sistema. Ovvero, mi è stato prospettato di NON usufruire del servizio allo stesso modo di tutti i cittadini italiani residenti nel territorio italiano.

Quando ho chiesto dunque la chiusura del servizio con conseguente rimborso, dal momento che mi viene negata una parte sostanziale del servizio, Emiliano Bianchi ha risposto che “La Sua richiesta di rimborso non è accettabile, poichè il servizio è regolarmente funzionante via server”. Non occorrono diverse lauree in Comunicazione per capire che il punto fondante è quel “funzionante via server”, che implica come il servizio NON sia funzionante per mezzo degli IP. Mi trovo dunque a dover affrontare una discriminazione territoriale che non è indicata in nessuna parte del contratto.

Ma la beffa, come sempre accade con gli operatori italiani, è dietro l’angolo. Stefania Vannini, che fa parte del servizio assistenza Aruba, mi telefona in ufficio -dopo tre mesi di “tickets” aperti e arbitrariamente chiusi da loto- e dopo una lunga, lunghissima conversazione mi garantisce che il problema sarà risolto. “Con riferimento ai contatti telefonici odierni, La informiamo che la problematica da Lei riscontrata è stata sistemata, non dovrebbe pertanto riscontrarla più in futuro”.

Ma la problematica NON è stata sistemata. Ancora una volta, Aruba se ne lava le mani sostenendo che il servizio è usufruibile via WebMail, quindi per loro va tutto bene (WAT). L’ufficio stampa, contattato un mese fa, tace.

Secondo voi è accettabile che un cittadino italiano residente all’estero, qualora acquisti il servizio PEC di Aruba, debba subire tali limitazioni? Non si sa a quale normativa italiana e/o europea Aruba faccia riferimento per bloccare gli IP all’estero anche quando viene espressamente richiesto lo sblocco. Né mi sembra che esista nel contratto un riferimento al non poter usufruire degli IP all’estero per tale servizio.

Insomma, se pensate di usare Aruba per la vostra Posta Elettronica Certificata all’estero, pensateci bene. Pensate all’arroganza di una “assistenza” che, contattata telefonicamente, mi dice di aprire un ticket via web. Ticket che viene puntualmente “chiuso e bloccato”, con una parte di Aruba che sostiene come il servizio sia usufruibile (!) ed un’altra che mi dice di aver già risolto il problema (!).

Pensateci. Io ho già presentato un esposto all’AGCOM e, per quanto mi riguarda, trasferirò via da Aruba tutti i servizi che avevo acquistato presso di loro (e non erano pochi). Il lettore, come sempre, tragga le sue conseguenze.

Alla prossima!

Giornalisti precari, una battaglia persa?

Immagine«E come diceva il compagno Tozzi: “primo maggio / su, coraggio“».

Con il coraggio si apre e si chiude l’intervento di questa mattina di Ciro Pellegrino al Festival Internazionale di Giornalismo. Perché per fare questo bellissimo, dannato mestiere del giornalista, il coraggio è fondamentale. I soldi, i diritti, e troppo spesso la dignità sono invece un optional. E per provare a cambiare tutto questo, per la terza volta, il Festival di Arianna Ciccone ospita una discussione che dia visibilità a quella pletora di giornalisti atipici, precari, senza contratto, o con ‘collaborazioni’ a 3 euro al pezzo. Una visibilità a doppio binario, interna ed esterna: perché come direbbe Gian Maria Volonté in “Uomini contro“, spesso i veri nemici sono alle spalle; e sono quella “micragnosa nicchia” di giornalisti ultra-tutelati (la mia generazione è cresciuta nella mitopoietica dell’articolo 1) che in questo Festival potrebbero comprendere le ragioni di chi si trova a combattere in un sistema dell’informazione profondamente mutato, e magari aiutare “chi prova a far valere il proprio diritto al lavoro in un ecosistema che non dev’essere ‘tutelato’, ma è ingiusto dimenticare i tanti colleghi che occupano le redazioni”.

ImmagineSignificativamente, l’intervento di Pellegrino si apre con un video de “L’Ora della Calabria“. Il direttore Luciano Regolo torna nella sua terra natale a dirigere una testata perché “avevo dei sogni, ma sono stati calpestati. Qui ho trovato una realtà molto triste del Sud: collaboratori sottopagati, debiti quasi inspiegabili”, e perfino la censura da parte dello stampatore: “fagli togliere quella cazzo di notizia”. In quel momento Regolo capisce quanto la Calabria avesse bisogno di un’informazione che avesse il coraggio di opporsi a tutto questo,  significativamente parla di ‘primavera calabra’: “quello è stato un momento importante per far comprendere in Italia come qui sia ancora possibile che la rotativa ‘si rompa’ se deve pubblicare una notizia scomoda”. “L’Ora” è in liquidazione per i debiti accumulati dal gruppo, e addirittura il sito web è stato sospeso: “costa 3 euro al mese, ci siamo offerti di pagarli noi ma non ci hanno fatto andare avanti. Siamo stati violati nella nostra dignità di lavoratori”.

E dignità e l’altra parola fondante dell’intervento di Pellegrino. Che spiega come in Calabria non si sia riusciti a creare un Coordinamento precari (come quello presente in Campania) perché è problematico denunciare queste storture. “Abbiamo bisogno di strutture agili, non sindacali, che abbiano come scopo quello di portare la vertenza all’attenzione di chi giornalista non è – ma anche di chi dimentica che questo mestiere è fatto quasi al 90% da chi non ha questo famoso contratto ‘articolo 1’. Io sono arrivato ad averlo per tre volte: e la prima fu nel gigantesco crack E-Polis, nel quale nessuno è stato ancora condannato. Teniamo presente che circa 140 persone sono finite in strada e hanno dovuto riconfigurare la propria vita. Queste persone rappresentano una testimonianza emblematica della nostra professione, basti pensare che alcuni aspettano ancora gli ultimi tre stipendi arretrati”.

Ma qual è il nodo fondamentale della lotta dei precari per un lavoro dignitoso? Pellegrino lo esemplifica con una massima: “dove finisce il diritto al lavoro e alla retribuzione e ai propri diritti inizia la manna per gli editori-predoni. Nell’anticipo del Festival il direttore del Guardian Alan Rusbridger ha paragonato noi giornalisti alle api, che se dovessero sparire dal mondo lo metterebbero in pericolo: in Italia è diverso, potrei dire che il miele prodotto da quelle api ingrassa qualcuno – e non certo i cronisti. L’alveare, probabilmente, non funziona con criteri di giustizia”.

Diverso il caso all’estero: Chiara Albanese, in un post su ValigiaBlu, spiega perché lavorare al Guardian sia così differente dall’Italia; semplicemente, il giornale inglese si comporta in maniera molto differente rispetto ai giornali italiani quando si tratta di corrispondere il giusto valore economico al pezzo giornalistico. Spesso nelle redazioni italiane si sentono cose come ‘tu sei un freelance, noi paghiamo 20 euro’: “e dov’è la contrattazione?”, si chiede Pellegrino. “E allora perché impegnarsi per qualcosa che viene pagata sempre allo stesso modo? A questo punto converrebbe andare quasi sempre alle conferenze stampa”.

ImmagineLa testimonianza di Andrea Alba, che fa parte di “Refusi”, è un racconto lucido (e pieno di speranza, altra parola rara e bistrattata in questo mestiere) di come organizzarsi ed associarsi possa portare a vincere battaglie importanti anche all’esterno degli organismi sindacali. “Sette anni fa in Veneto ci siamo uniti e abbiamo formato una specie di coordinamento”, racconta. “Siamo riusciti ad essere molto organizzati, siamo entrati nell’Ordine e all’Assostampa, e questo ha inevitabilmente prodotto dei risultati. Attenzione: da noi non è meglio che altrove; la crisi c’è e ci sono esuberi nei giornali e soprattutto nelle tv, molti cambiano lavoro; ma oggi a far parte dell’Ordine regionale ci sono 5 precari a rappresentare le nostre istanze. Ad esempio, la formazione obbligatoria è gratuita, abbiamo fatto una serie di convenzioni (fiscali e sanitarie) in parallelo alla Casagit”.

Alba passa poi ad analizzare il ‘caso Athesis‘: “a Pasqua dell’anno scorso i circa 70 dipendenti si sono trovati in busta paga una decurtazione del 30%, senza neanche un minimo preavviso. È partita una mobilitazione forte, e le associazioni di categoria ci hanno aiutato. Adesso, i collaboratori sono considerati strategici nell’azienda, e vengono loro assegnati pezzi con continuità; c’è uno stipendio fisso, accesso ad alcune agevolazioni sanitarie, ed anche l’impegno dell’azienda a pescare in quel bacino quando deve assumere in pianta stabile”. Alba sottolinea quanto sia importante il concetto di alleanza: “queste cose non arrivano dal cielo, ma si è cercato in modo compatto di entrare nelle associazioni di categoria. Ora ci vuole la sensibilità di tutti a puntare sui giornalisti di domani. La contrapposizione non è tra sindacato e Ordine, ma tra chi è entrato ora e chi vent’anni fa: questi ultimi devono fare un passo indietro e trovare un accordo per raggiungere dei risultati condivisi. E perché no, andare poi tutti a mangiare una pizza insieme”. Anche se in Veneto mangiare una buona pizza è più difficile che per un precario essere pagato il giusto compenso, probabilmente.

E a proposito di retribuzioni, non poteva mancare un accenno sull’equo compenso, riassunta da Pellegrino come “quella legge che si propone che sotto una certa soglia non si parla più di lavoro, non è più dignità. Certo, dovrebbe valere per tutti e non solo per i giornalisti; e dovrebbe esistere una etica del lavoro; in ogni caso la legge esiste ma non è operativa, perché nel fantastico mondo delle leggi italiane mancano le cifrette sotto la dicitura ‘quanto è giusto pagare?’. Sotto i Governi Monti e Letta abbiamo fatto una serie di incontri; ora c’è il governo Renzi, e al sottosegretario Luca Lotti abbiamo chiesto di convocare a un tavolo per tutti i soggetti preposti a discutere (editori, sindacato, Ordine e qualche poveraccio di noi) per mettere giù quelle cifre. Stiamo attendendo da un mese e mezzo che sia convocata la riunione, ma Lotti -oltre ad occuparsi della pensione dei pochissimi giornalisti che potranno goderne o dei finanziamenti all’editoria- potrebbe concentrarsi con noi su questa vicenda. Anche, magari, per avere il coraggio di dire che loro non la vogliono questa legge. Perché questa legge fra due anni decade”. Pellegrino poi lancia un appello: “visto che questo è un Governo ‘a trazione internet‘, vi chiedo di usare il vostro tempo su twitter per chiedere a Lotti di convocare questa riunione; la facciamo a spese nostre, ci portiamo anche l’acqua minerale”. [AGGIORNAMENTO (2014/05/01): Luca Lotti risponde al tweet di Pellegrino annunciando di aver fissato l’incontro fra due settimane]

Infine, la stoccata di Pellegrino è anche per i colleghi: “Sappiamo tutti dei 3 euro a pezzo, o dei 25 a pezzo ‘ma la querela te la paghi tu’. Sulla pagina di Enzo Iacopino sono raccolte molte di queste testimonianze, ma mi dispiace che molti si lamentano privatamente ma poi non hanno avuto il ‘coraggio’ di segnalare anonimamente queste storture; ho capito che c’è paura, ma chiediamoci quanto valga la paura e quanto la dignità“.

Prende poi la parola Peppe Manzo, che riferendosi all’esperienza veneta di dialogo con le istituzioni nota come in Campania l’Assostampa sia -letteralmente- fallita: “fino al 1999 non ha pagato l’affitto della cascina della stampa, con un debito di 3 milioni di euro. Si pensi che il sindacato (!) ha licenziato 3 lavoratori” (e ‘senza neanche il TFR’, dicono dal pubblico). “Quindi è difficile calare l’esperienza del Veneto in contesti come quello campano e calabrese, e non perché manchi la volontà di entrare negli organismi di categoria. Ovviamente non si parte da zero: la Carta di Firenze non c’era e ha dimostrato in quella sede che quando abbiamo preso di petto i nostri interlocutori abbiamo fatto loro capire -con un bel po’ di decisione- le nostre istanze. Poi c’è la battaglia sull’equo compenso, che nessuno ci ha invitato a fare: ecco, nessuno ci invita ad alcun tavolo – ma siamo entrati noi a forza di casini e proteste a volte anche plateali. Questi sono stati anni abbastanza duri, e ora ci troviamo in una situazione in cui sappiamo che ci vuole un sindacato. Ma il problema è a Roma; quello che abbiamo è un sindacato che si occupa di quei pochi che hanno quel contratto nazionale – che proprio in questo momento si sta andando a discutere. Non c’è la platea espulsa dal contratto nazionale, quei precari che pure permettono di mantenere ancora vivo il sistema dell’informazione nel nostro Paese. Ai tanti colleghi che affrontano l’odissea per diventare giornalisti”, conclude Manzo, “dobbiamo far capire che occorre aprire in maniera seria la questione sindacale. Serve un sindacato che a Roma sia diverso, partendo ad esempio dal modello del Veneto”.

ImmagineLe domande finali dal pubblico sono varie e tutte dolorose: si accenna alla questione dei pubblicisti, una questione “complessa” -dice Pellegrino- “che coinvolge la platea più vasta. Qui dobbiamo muoverci su criteri territoriali perché ognuno ha problemi diversissimi anche in merito agli editori. In Campania è stato fatto qualcosa ma non è facile, senza contare che quelli che sono pubblicisti ma realmente fanno questo mestiere sono pochissimi”. Dal pubblico si fa notare che non viene fatta la revisione dell’albo, pur se obbligatoria per legge: abbiamo così molta gente che fa altro nella vita, ma quando si va a votare per gli organismi di rappresentanza incidono grandemente questioni che pure non li riguardano.

Si parla poi del problema dell’accesso alla professione: molti, troppi ragazzi finiscono in pasto agli editori che si fanno addirittura pagare le carte per diventare pubblicisti. “Non è stato detto con sufficienza quanto questo sia sbagliato e pericoloso”, sottolinea Pellegrino. Offrirsi gratis non è gavetta: gavetta è prendersi le cazziate per i propri articoli, ma essere pagati. E poi io non sono convinto di questa cazzata della visibilità” con cui troppi vengono blanditi.

Ma qual è il consiglio per chi si avvicina a questa professione, chiede una giovane di 23 anni? “Io non sono come alcuni [cita Severgnini] che si gonfiano e ti fanno i nomi delle scuole da frequentare. Credo che abbandonare questa professione a 23 anni significhi accrescere la frustrazione, visto che magari ci torni a 30 perché eri talmente disperata da voler perseguire questa via… la vita è strana e dovremmo parlare di argomenti esistenziali, ma credo che a volte si torni al giornalismo dopo “un giro immenso”, come direbbe Venditti. Non ti direi mai fai la fame, ma allo stesso modo non ti direi mai molla. Io penso che in futuro tesserino ed iscrizione all’albo non serviranno più, fino a quando qualcuno non romperà il muro assumendo persone brave ma senza tesserino – esattamente come si è disgregato il contratto nazionale che al momento protegge solo una nicchia micragnosa”.

All’invito di non mollare risponde una professionista di 38 anni: “Io ci ho creduto. Ho lavorato a Matrix, al Messaggero. Ho lavorato anche gratis. Me ne sono andata da Taranto, e pur di stare a Roma ora stiro, faccio la domestica, a volte anche l’insegnante di computer. Mando decine di curriculum ma non succede nulla”. Ma Pellegrino precisa: “la ragazza di prima ha qualcosa in più rispetto a noi, ed è l’età”.

Dal canto mio, vorrei aggiungere solo pochissime, veloci notazioni. Il discorso di Ciro Pellegrino mi è sembrato lucido e per niente ‘difensivo’ di uno status quo del grande cappello sotto cui il giornalismo contemporaneo ricade. Mi spiego meglio: le redazioni stanno cambiando, il giornalismo (qualora potesse essere definito) pure e non ha senso rivendicare un modello che può essere applicato a strutture vecchie e farraginose delle vecchie redazioni: che è un un po’ il ‘mito’ del posto fisso disgregatosi in tutti gli ambiti lavorativi. Ma, appunto, non mi è sembrato questo l’intento di Pellegrino. Né toccherebbe a lui indicare nuovi processi editoriali compatibili con il mercato: i miei professori alla City University di Londra non hanno fatto altro che martellarci su questo punto, e cioè che tocca a noi giovani (insomma) giornalisti ‘reinventare’ un modello che, così com’è, sta fallendo miseramente. E nessuno sa precisamente come – se lo sapesse sarebbe improvvisamente ricco, ed invece ad oggi si parla di “successo editoriale” quando si contengono le perdite.

Un altro punto che mi preme sottolineare è che l’estero, ed il Regno Unito in particolare, non è la Mecca. Certo, il giornalismo lì è più aperto alle varie professionalità (non esiste l’Ordine, come un po’ ovunque) e si bada molto alla concretezza più che alle qualifiche; e pagano, quando il pezzo è buono, e pagano bene. Ma attenzione: non è automatico. La concentrazione mediatica è tutta su Londra che negli ultimi anni è diventata il punto di ritrovo dei migliori giornalisti europei. La competizione è feroce, e il ricorso a ‘work experiences’ (i nostri stage gratuiti) è piuttosto diffuso. Senza considerare che semplicemente sopravvivere a Londra è davvero difficile, visti i costi di questa grande città. Insomma, non ho consigli da offrire a chi si avvicina a questa professione ma di certo lo metterei in guardia dai facili entusiasmi, perché -come ricordava già Indro Montanelli nel 1997– il giornalismo “non conduce a niente ma è bellissimo. Il giornalismo si fa per il giornalismo, e per nessun’altra cosa”.

La retorica ai tempi del web

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punto uno: “Ora non c’entra, ma da come scrivi il desiderio di esibire te stesso emerge più della sostanza di quello che pensi, e questo è grave se ti occupi di comunicazione”

punto due: “Quello che ho scritto era riferito a tutta la conversazione, ma tu sei così concentrato su te stesso che sei riuscito a convogliare tutto su di te”

Fate attenzione alla tecnica (vigliacca) usata da queste persone. Quando non sono in grado di sostenere un ragionamento, ecco partire l’attacco personale (in logica si chiama “argomentum ad hominem”): ‘tu sei un venduto’, ‘sicuramente parli così per interesse personale’, ‘sei un narciso’, ‘ti puzzano i piedi’ e così via. Ma il bello della logica è che se anche il ragionamento provenisse da uno stupratore seriale di papere, se fosse corretto rimarrebbe corretto.

Questo è solo il primo punto della tecnica, però. Quando -giustamente- l’altra parte risponde pacatamente chiedendo lumi su tale “psicanalisi” personale non richiesta, ecco sferrato il secondo attacco: ‘non era riferito a te, se pensi che lo fosse vuol dire che effettivamente sei un narciso’.

Da un punto di vista matematico è perfetto: qualunque cosa faccia, perderò sempre. Una volta subìto l’attacco personale, se mi difendo rafforzo la convinzione ‘narcisistica’; se non mi difendo, vuol dire che sto implicitamente ammettendo che sia vero.

Insomma, amici: fate attenzione ai vigliacchi che con sorrisini e cuoricini catalizzano l’attenzione di chi è stufo di sentirsi dire cose giuste ma con durezza. Perché c’è molta più violenza in queste tattiche da quattro soldi che nello svolgere un’argomentazione a muso duro.

Ma ognuno ha la dignità che si costruisce giorno per giorno…

(fonte: http://is.gd/TqE8lC)

È la vita… ma è certo, non si muore tutte le mattine, si muore una volta sola

È la vita… ma è certo, non si muore tutte le mattine, si muore una volta sola

Ma accidenti, è la vita! Da aggredire di jab, a pugni stretti, tormentati dal Dio della Quantità che non dà pace, costringe ad illudersi che Pinkerton tornerà, pur sapendo che Puccini non a caso ha fatto schiantare Butterfly col legno dei violoncelli proprio alla parola “morire”, quando le vele dell’orchestra sono tese al massimo. Il violoncello-vascello, il clipper che non ci porterà mai via da qui. L’illusione come decodifica della Bellezza che pure è tutta intorno, che “aiuta a non tagliarsi le vene per il lungo nella vasca da bagno e continuare ad andare a mettere a posto Canale 5 a una vecchia che puzza di baccalà”.

Ho solo raccontato una storia.

Oggi è il compleanno di Mattia Fagnoni. Un bambino affetto dalla sindrome di Sandhof, “una malattia genetica, degenerativa e mortale”. I genitori di Mattia hanno intrapreso una battaglia legale (vinta) per garantire al figlio le supposte “cure” del metodo Stamina. Il sito giornalistico Fanpage.it ha dedicato un articolo, a cura di Alessio Viscardi, in cui viene scritto che il ‘metodo Vannoni’ è stato “bocciato due giorni fa dal comitato scientifico nominato dal ministero della Salute. Mattia, però, è migliorato dopo le infusioni di cellule staminali“. Un’affermazione gravissima che, insieme alla altre condivise nel video, mi ha spinto a sottolineare le inesattezze ed i pericoli che un articolo del genere può infondere in un pubblico poco preparato. Ne è scaturita una discussione con l’autore dell’articolo, Alessio Viscardi, e la madre del piccolo Mattia, Simona.

Alessio Viscardi scrive:

Gentile Ilario, nel video non si prende alcuna posizione pro-stamina. Si racconta la storia di una mamma che lotta da anni per dare una vita più dignitosa a suo figlio nonostante la mortale malattia da cui è afflitto. La madre ha provato il trattamento Stamina e dal suo punto di vista ha avuto dei benefici per il piccolo, questo -ovviamente- non ha valore scientifico e questo video non si pone l’obiettivo di dimostrare che la “cura” Vannoni funziona. E’ una testimonianza di lotte quotidiane e di speranze. I suoi rilievi sarebbero tutti corretti se l’intendo del pezzo fossero impietosire per migliorare l’immagine di un trattamento su cui si sono già espressi luminari. Questa storia parla principalmente della lotta di una famiglia e del piccolo Mattia, e nessuno ha la pretesa di voler fare più di questo.

Questa la mia obiezione:

Gentile Alessio, immaginavo una risposta del genere. E (opinione personale, nulla di scientifico) la trovo estremamente paracula, come ho già avuto modo di spiegare nel dettaglio del mio testo. Dire che si sta narrando solo una storia è falso, come ogni giornalista dovrebbe sapere. Non esiste una storia neutra. Esistono storie narrate seguendo la deontologia professionale, e storie che fanno leva sulle pulsioni umane.

Il testo all’inizio del video non l’ha certo scritto la madre. E a cosa vorrebbe condurre quel sillogismo? “Il comitato scientifico stronca il metodo di Stamina” e “Mattia ha seguito un ciclo di trattamenti con notevoli miglioramenti”. Bene, e quindi? Cosa sta implicando? Le parole non sono mai messe a lì a caso, specie se provenienti da un giornalista. La madre fa delle affermazioni pesanti, si schiera a favore di una cura che non ha mai dimostrato la propria efficacia. Legittimo, certo. Ma non devo certo ricordare ad un collega che compito del giornalismo non è quello di fare da megafono, quanto piuttosto verificare le fonti e fornire delle storie che informino in maniera corretta. Dov’è il contraddittorio a queste affermazioni, palesemente indimostrate? E cosa impariamo da questo articolo? Che c’è un bambino che la “scienza ufficiale” (qualunque cosa significhi) aveva detto sarebbe morto in due anni, e grazie al metodo Vannoni è sopravvissuto sei anni. È questa la storia che lei sta raccontando? Perché se è questa, come ho già avuto modo di dire, è una cazzata. E lei la sta diffondendo lavandosene poi le mani. Dire che è solo l’opinione personale della madre non la mette al riparo dalle sue responsabilità umane e professionali.

Alla quale è seguita una sua replica:

Io non mi lavo le mani di nulla, sia chiaro. Io riporto una storia, senza avere personalmente le competenze per dire nulla sul metodo. Nel video viene solo riportato il rammarico di una madre e una storia personale e particolare. Sulle affermazioni iniziali, su cui lei si sofferma, posso solo dire che il piccolo Mattia ad agosto non riusciva a tossire -come affermato dai genitori- mentre ora ci sono miglioramenti nelle sue condizioni generali, dopo un ciclo di trattamento. Il fatto è questo e di questo fatto io non ho la più piccola spiegazione. Se lei trova “paracule” le mie parole, non posso che dispiacermene, di certo non troverà scritto da nessuna parte che la “cura” funziona, cosa che sarebbe stata deontologicamente scorretta.

Insomma, ancora una volta: ho solo raccontato una storia, il resto non è affar mio. E invece, per un giornalista, è il punto fondante di tutto:

Gentile Alessio, è evidente che non sa di cosa sta parlando e me ne dispiace sinceramente. Potremmo andare avanti per settimane nella contrapposizione muro contro muro, ma non servirebbe a nulla. Lei continuerebbe a ripetere la solfa del “ho solo raccontato una storia”, come se ripetendo queste parole potessero diventare vere. Ignorando che nel testo ci sia scritto “Mattia, però, è migliorato grazie alle infusioni di cellule staminali”. Ecco, questa è una *stupidata*, non una storia. La relazione di causa/effetto a cui lei (e non ho difficoltà a crederlo) non riesce a dare una spiegazione dimostra solo la sua ignoranza -in senso tecnico, sia inteso- delle nozioni più elementari di filosofia della scienza. Ma non voglio sembrare più arrogante di quanto appaia, per cui rimetto la questione su termini più accessibili: malattie neurodegenerative del genere hanno spesso periodi in cui i sintomi si bloccano, ma la malattia resta lì. Come fa a dire che “Mattia, però, è migliorato grazie alle infusioni di cellule staminali”? E se durante quel periodo la mamma gli avesse letto Topolino, lei avrebbe scritto “Mattia, però, è migliorato grazie alla lettura di Topolino”? Se la logica matematica non è un’opinione, probabilmente sì.

Tra l’altro, stiamo parlando di una malattia rara. Chi ha detto che il bambino sarebbe sopravvissuto due anni e non sei, o otto, o dieci? E sulla scorta di quale letteratura scientifica (immagino ridotta in questo caso specifico), di quali esami? Veda, io ho un certificato in cui c’è scritto nero su bianco che io abbia avuto una “pancreatite acuta”. Peccato che io in realtà non sia mai stato affetto da questa patologia, come hanno dimostrato anche gli esami successivi. Questo piccolo esempio serve a farle capire che la scienza medica non è una scienza matematica, anche perché dev’essere applicata dagli uomini che di per sé sono sempre fallaci. Un po’ come dire che il giornalismo è una cosa seria, e poi viene applicato *in maniera poco ortodossa* da un sacco di gente.

Lei non avrà scritto che “la cura funziona”, ma ha scritto che “Mattia, però, è migliorato grazie alle infusioni di cellule staminali”. Il che è peggio: ancora una volta, non si assume la responsabilità di quello che in effetti dice. Vuole giocare con le parole per un click in più? Liberissimo di farlo. Come scrivevo all’inizio, se non riesce a cogliere la gravità della questione è davvero inutile continuare una discussione del genere. Sta alla coscienza umana e professionale di ognuno (ove presente) tirare poi le somme.

Alessio Viscardi ha tenuto a precisare che

sul punto specifico (nesso causa effetto) potrebbe avere ragione lei, era una causalità che non volevo inserire e che sostituisco con un nesso temporale, come raccontato dal video. Ovviamente, le posizioni sono inconciliabili e -pur capendo e condividendo alcune sue osservazioni- mi trovo a dover difendere la necessità di raccontare anche il punto di vista dei genitori di un bambino sottoposto al metodo Stamina.

A questo punto, inaspettatamente, si è inserita la madre del piccolo Mattia, la signora Simona:

che pippone Ilario che stai facendo …e poi schifo…forse non e’ appropriato come termine…un po di rispetto grazie!!!tornando al tuo discorso peccato che sia l’ennesimo..nulla di piu’ nulla di meno rispetto quello che hanno detto…scritto… alcuni prima di te..da svariati mesi..mi dispiace che pero’ anche tu non mi dia una risposta….PER QUALE MOTIVO MIO FIGLIO IMPROVVISAMENTE DOPO UN’INFUSIONE HA AVUTO QUESTI MIGLIORAMENTI????visto che ti vedo molto preparato ….mi puoi rispondere.ti ringrazio…p.s( Pippone vuol dire lungo discorso a Napoli …non vorrei che ti offendessi…).

Cosa si può rispondere ad una madre che sta affrontando un percorso così duro? Come far combaciare la verità dei fatti, la logica sottesa ad un ragionamento scientifico, con il rispetto per il magma di emozioni che si muovono nel petto di questi genitori? Ci ho provato così:

Gentile signora, avevo scritto una risposta puntuale e piccata ma ho troppo rispetto per il suo dolore per risponderle come dovrei. Quello che era mia dovere morale e professionale sottolineare, l’ho scritto e non ho altro da aggiungere. Le potrei dire che non spetta né a me né alla scienza dimostrare che bevendo da una teiera magica che orbita attorno alla Terra si guarisce da ogni malattia: è il fondamento del ragionamento scientifico, della filosofia della scienza, ma appunto tutti questi discorsi suonerebbero freddi di fronte al dolore di una madre. Lei ammette di non sapere se questa “cura” funzioni o meno, e tanto basta. Potrei ricordarle l’esempio del “Topolino” di cui parlavo più sopra, ma suonerei irrispettoso. E mi creda, ha tutto il mio umano supporto.

Colgo l’occasione per dirle, senza paraculaggine, che ammiro il suo coraggio. Non posso neanche lontanamente immaginare la forza che occorre quotidianamente per affrontare un simile dolore, una simile consapevolezza, perfino una simile routine fatta di piccoli e grandi gesti che si susseguono sempre uguali in attesa -come lei stessa ha sottolineato- dell’inevitabile. Un ‘inevitabile’ che non si sa quando potrà apparire, come un nero fantasma. Credendo a Vannoni, lei ha l’illusione di poter controllarne in qualche modo la tempistica. Capisco che lei voglia attaccarsi a qualunque speranza: è umano, umanissimo. Ed appunto, non è colpa sua se ci vuole “credere”. Ma questo non significa poter fare un uso spregiudicato delle parole e delle emozioni.

PS: Gentile collega, la fallacia dell’uomo di paglia non funziona con me. Si può raccontare una storia in milioni di modi, e qui nessuno le sta impedendo di farlo. Anzi. Ma proprio perché “le parole sono importanti”, non ha nessun senso rifugiarsi in una presunta neutralità delle stesse. Spero che quantomeno, se e quando scriverà ancora di argomenti in cui si parla di scienza, lo farà con maggiore conoscenza della stessa e spirito critico.

È sempre terribile doversi confrontare con la malattia, con l’incertezza del suo decorso, con la solitudine con cui troppo spesso si è costretti ad affrontare tutto ciò. Perché appunto, altrimenti è facile credere al primo “santone” di turno che offre una speranza. Speranza a pagamento, ovviamente, che deve essere sostenuta dall’intera collettività anche se ha la stessa valenza scientifica del leggere Topolino tutte le notti al proprio bambino. Ma provate a dirlo voi ad una madre che sta affrontando tutto questo: anche se è vero, io non ne ho il cuore.

Sull’argomento si è anche espresso Ciro Pellegrino, noto giornalista napoletano in prima linea sui temi del giornalismo (primo fra tutti, ma non ultimo, la difesa dei giornalisti precari). Viscardi chiedeva, provocatoriamente:

Va bene la battuta, ma l’argomento è serio e non può essere liquidato in due parole:

Di nuovo, ‘ha solo raccontato una storia’. Anzi, ovviamente chi prova a riportare il discorso su un piano razionale e di opportunità comunicative non è “umano”. Ma le cose non stanno così:

Quindi, se qualcuno scrive un pezzo in cui si diffondono delle idee scientifiche non provate, che costano molto, e si pretende che sia la comunità a farsene carico sull’onda proprio di servizi giornalistici del genere si è scorretti verso un collega? Ancora una volta, le cose non stanno così:

Appunto, complessa. Fornire solo una visione di quanto accaduto, senza mettere in guardia dai possibili pericoli per la salute di tali scelte, è scorretto. Non c’è altro modo per definirlo. Tralasciando tutte le questioni sociali e culturali che porta con sé: se oggi Fanpage.it dà credito acriticamente ad un sostenitore di Vannoni, perché domani non dà credito ad un sostenitore di Hamer? E perché dopodomani non ad un sostenitore della teoria del formaggio svedese cura-tutto?

Un testo non è mai neutro. Ed un giornalista ha dei compiti ben precisi. Richiamarli alla mente non significa “salire in cattedra”, ma cercare di arginare dei fenomeni di deriva per cui si cerca il consenso del pubblico ad ogni costo. Apprezzo molto Pellegrino per la qualità dei dibattiti su questa martoriata professione -sulla quale giustamente esprime la propria visione motivata senza che nessuno l’accusi di “salire in cattedra”, tra l’altro- e proprio per questo trovo ben strana questa sua presa di posizione. Posso solo immaginare (e sul piano personale sperare) che sia una difesa d’ufficio di un amico, più che l’analisi puntuale di un fenomeno giornalistico.

“Mattia, una storia di speranza nel metodo Stamina”

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

So ora di attirarmi le ire di tanti amici e colleghi, e mi scuso in anticipo per la mia scarsa diplomazia: ma questo video fa schifo. Fa schifo perché si apre con “Il comitato scientifico stronca il metodo di Stamina” e “Mattia ha seguito un ciclo di trattamenti con notevoli miglioramenti”. Si implica palesemente che il “metodo Stamina” funzioni, e che ‘qualcuno’ nel mondo scientifico voglia osteggiarlo per chissà quali interessi (il che viene ribadito, sempre in apertura, dalla madre del bambino).

Ora, che sia un articolo di cronaca e non di scienza mi sembra una paraculata assoluta. Come se le regole fondamentali della deontologia professionale potessero cambiare in base ad un’etichetta. Quello che cambia è invece il linguaggio: in un articolo per Nature ci si possono permettere termini tecnici ed omettere molti passaggi, già noti al pubblico di destinazione; un articolo di cronaca si concentrerà di più sugli aspetti emotivi e meno su quelli scientifici. MA, ed è questo il punto, non si può usare l’emotività per far passare un messaggio che è falso. Non ci sono altre parole per definirlo: il “metodo Stamina” non ha dimostrato di funzionare, e se qualcuno ne dimostrasse l’efficacia in uno studio scientifico a doppio cieco da sottoporre in peer review saremmo tutti contenti di leggerlo e valutarlo. E invece si continua sulla falsariga delle “Iene”, facendo leva sull’emotività e sul dolore di una madre.

E poi tante, troppe cose ci sarebbero da dire sul caso specifico. La mamma si lamenta che i medici non abbiano capito cosa avesse il figlio in un anno: di nuovo, terribile sul piano emotivo ma non sul piano scientifico; nulla di nuovo, poi, per chi abbia visto l’episodio sulla malattia di Moretti in “Caro diario”. Il problema è che questa gente ripone aspettative altissime sulla “scienza”, e quando queste aspettative vengono deluse si rintanano dal primo… personaggio che promette loro una cura. Nulla di nuovo sotto il sole: siamo il paese di Ryke Geerd Hamer, Tullio Simoncini, Wanna Marchi. Non a caso la madre dice che

questi bambini (nella stessa situazione di Mattia) non hanno mai avuto la possibilità di nulla, mi venivano dette sempre le stesse cose… ‘signora, questa è una malattia rara, non c’è scampo, non c’è vita’

In sostanza, la scienza dice che, sulla base degli studi pubblicati ad oggi, questa malattia porta alla morte nel giro di poco tempo. Poi arriva Vannoni, o Hamer, o Wanna Marchi, e dicono che il mondo scientifico fa schifo, protegge solo interessi degli [inserire categoria, spesso ebrei o rettiliani]. Ovvio che una madre, in quello stato emotivo, è disposta a dar retta a chi le propone la soluzione più rosea. Peccato che questo è quello che fa la pubblicità, e compito del giornalismo è proprio quello di fornire informazioni verificate e bilanciate che contrastino i messaggi della pubblicità. Messaggi che magari ‘tecnicamente’ sono veri (“Questo telefonino costa 200 euro meno di quello precedente! È un affare!”) ma che non analizzano il contesto in cui sono inseriti (“Non hai bisogno di un telefonino così avanzato, e comunque hanno aumentato il prezzo di 200 euro per poi dire di averlo scontato”).

Nello specifico, non occorre essere medici (io non lo sono) per capire che una malattia neurodegenerativa, tanto più se rara, ha esiti difficilmente prevedibili. Sbaglia il medico che fa una sorta di “conto alla rovescia” sulla vita del paziente, ma risponde ad una legittima richiesta del paziente stesso e dei parenti: se avessi una patologia degenerativa mortale, vorrei sapere più o meno quanto mi resta da vivere, se non altro per organizzare al meglio gli ultimi scampoli di vita. Questo non significa che ci sia una condanna temporale (tra l’altro, i “due-tre anni” di cui parla la madre nel video sono diventati “due” nel titolo, giocando al ribasso). Ma una malattia del genere ha un decorso imprevedibile. È lo stesso trucco usato nella sclerosi: moltissime persone dicono “sono guarito grazie a [inserire nome di cialtronata pseudomedica / santone]” soltanto perché i sintomi della malattia si sono bloccati. Un processo noto: può succedere per una settimana, un mese, un anno, cinque anni. Ma la malattia è sempre lì. E dire “da quando ha fatto questa infusione… guarda il risultato” non ha nessun senso: anche io avevo il raffreddore, l’ho curato per una settimana leggendo Topolino e sono guarito; certo, sarei guarito lo stesso in una settimana pur non facendo nulla, ma non resisto alla fallacia del “post hoc ergo propter hoc”. Non a caso la mamma dice “vorrei una spiegazione da chi si accanisce… che questa cura non funziona”. Già. Avevo dimenticato che nella scienza funziona così: io propongo di curare tutte le malattie con il formaggio svedese, ed è la comunità scientifica che deve dimostrarmi il contrario. Ah, non è così? Però qui lo si richiede. E a richiederlo è una mamma, umanamente disperata di fronte ad una tragedia del genere, che (giustamente) non si vuole arrendere all’evidenza. Ma un conto è la compassione, un conto è far passare messaggi semplicisti e fuorvianti. E poi, perché fare la sperimentazione per Vannoni e non per la mia cura per il formaggio svedese? Colpa della lobby del Parmigiano Reggiano? Anche io allora devo sbraitare che “non esiste la libertà di cura?”. L’argomento è serio e complesso, e non si può trattare solo sul piano emotivo.

Insomma, e chiudo: articoli del genere ingenerano false speranze in tanti altri che abbandonano le cure scientifiche e gettano tempo, soldi e speranze in strade sconosciute. E capiamoci bene: chiunque ha il diritto di curarsi o non curarsi come vuole, lo dice la Costituzione e lo dice la bioetica (oltre che la nostra dignità di esseri umani); ma la scelta deve essere basata su un’informazione corretta; ed implicare che il metodo Vannoni funzioni solo perché “Mattia non rideva così da un anno e mezzo” è ridicolo (e se mi dite che l’autore dell’articolo non lo voleva implicare state offendendo la vostra intelligenza, più che la mia). Salvo poi chiudere con “che funzioni o no questa cura, è comunque un’opportunità in più”. Improvvisamente, la validità del metodo non è più data per scontata. E allora perché non si prende in considerazione il fatto che la malattia possa semplicemente essersi arrestata autonomamente, come succede in tante altre malattie simili? Probabilmente perché per la madre significherebbe togliere il senso di tutto quello che sta facendo, rigettandola nell’incertezza. Ma su un punto questa donna ha ragione: è uno scandalo che non abbiano assistenza psicologica. Perché in questi frangenti si diventa facilmente preda di facili (e purtroppo, indimostrate) speranze.

AGGIORNAMENTO (2013/09/14): L’autore dell’articolo, Alessio Viscardi, e la madre del piccolo Mattia hanno risposto agli appunti mossi. Sono raccolti in questa pagina.

Marion lost her father to the “German New Medicine” of Ryke Geerd Hamer

Anaximperator blog

Marion Piat, who lost her father to the German New Medicine of Ryke Geerd Hamer, has decided to tell her story and start a blog to warn people for this dangerous sect. We have translated her story and posted it here:

“It started in October 2007 when my father was on a mission in Guatemala. One morning he was no longer able to urinate, a kidney stone blocked the bladder: emergency operation. The urologist who operated on him noticed the prostate had an abnormal shape and appearance. Following were: biopsy, blood tests, pessimistic diagnosis, prostate cancer.

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